Intervista ad Anita Niederer-Loher

Leggete l’intervista completa ad Anita Niederer-Loher. L’esperta di vaccini è membro della Commissione federale per le vaccinazioni. La versione breve è stata pubblicata nel numero 2/2021 della nostra rivista della salute «VisanaForum».

Intervista: Fabian Ruch | Foto: Alfonso Smith, messa a disposizione

«Impareremo a convivere con il coronavirus»

Anita Niederer-Loher è capoclinica di infettivologia e membro della Commissione federale per le vaccinazioni. Fa chiarezza sulle domande principali a proposito della vaccinazione anti-COVID-19 e confida nel fatto che riusciremo a domare il virus.

Signora Anita Niederer-Loher, che cosa pensa dell’andamento delle vaccinazioni anti-COVID-19 in Svizzera? È soddisfatta?

Sta andando bene. Il lavoro di tutte le parti in causa è immenso, sia sul piano logistico, sia su quello organizzativo. La collaborazione è ottima, cosa non sempre scontata, dal momento che bisogna considerare fattori esterni come le forniture; e i ritardi ci sono stati e ci sono ancora. Eppure si va avanti a pieno ritmo, e questo è un bene. Mi piacciono meno i confronti regolari delle velocità di vaccinazione a livello internazionale e nazionale: trovo che mettano solamente pressione. Le critiche sono in parte ingiustificate: ogni Cantone e anche ogni Paese ha una situazione di partenza diversa. L’importante è che le persone che vogliano farsi vaccinare ricevano il vaccino. La strategia è attuata in modo intelligente.

 

Perché dovrei farmi vaccinare?

Uno dei problemi principali nella lotta al coronavirus è che molte persone si ammalano della stessa malattia allo stesso tempo, alcune anche gravemente. In questo modo, il sistema sanitario è spinto ai suoi limiti, e questo è pericoloso. Per questo motivo, le prime a essere vaccinate sono state le persone più a rischio a causa della loro età o di malattie pregresse. Adesso la priorità è far sì che non si contagino più così tante persone allo stesso tempo e che il numero di contagi diminuisca. Probabilmente non ci libereremo più del coronavirus, ma riusciremo a domarlo rendendo immune il maggior numero possibile di persone. O ci si fa la malattia, o ci si fa vaccinare. Ecco perché è importante proteggere il maggior numero di persone possibile con il vaccino.

 

La vaccinazione non è pericolosa per nessuno?

No. Può causare effetti collaterali come febbre e dolori: si tratta di sintomi passeggeri e noti per le vaccinazioni. Molto raramente possono verificarsi reazioni allergiche, che però sono curabili. Siamo preparati ad affrontare questo tipo di reazioni, e possiamo reagire di conseguenza.

 

E per quanto riguarda le donne incinte e i bambini piccoli?

Finora le donne incinte non sono state largamente incluse negli studi, perché fanno parte di un gruppo particolarmente a rischio. Nel frattempo, però, sono state vaccinate anche molte donne incinte e non c’è motivo di preoccuparsi. Al contrario: se una donna incinta si ammala di coronavirus, può avere complicanze, come ad esempio un parto prematuro. Per questo raccomandiamo la vaccinazione anche alle donne incinte, se ci sono le condizioni per farlo. Sui bambini sono già stati svolti diversi studi. Anche in questo caso non ci sono segnali del fatto che la vaccinazione possa essere dannosa. L’obiettivo principale è sempre quello di dimostrare la sicurezza di un vaccino e io sono sicura che in futuro questo sarà il caso per tutti i gruppi di persone.

 

In questo momento in Svizzera si utilizzano due vaccini; altri tre sono a un passo dall’omologazione. Come si decidono queste cose?

È Swissmedic, l’autorità centrale svizzera di omologazione e controllo per i medicamenti e i prodotti medici, a occuparsene. È a Swissmedic che le aziende indirizzano le richieste di omologazione. Ogni Paese ha queste autorità sovraordinate che decidono di queste questioni. Questa volta, il processo è stato molto più breve, perché avevamo a che fare con una pandemia globale e si è adottata una procedura di «rolling submission», con la quale le aziende potevano inoltrare i dati a mano a mano, senza aspettare che fossero disponibili tutti i risultati completi degli studi.

 

Tutto il mondo della medicina ha effettuato ricerche sui vaccini. Nonostante questo, la rapidità con cui è stato possibile produrli L’ha stupita?

Sì, sono rimasta piacevolmente sorpresa. Abbiamo visto quali risultati si possono ottenere quando tutti lavorano insieme. Tuttavia, si partiva già da un livello altissimo, perché la ricerca e la tecnologia erano già molto progredite, soprattutto per quanto riguarda i vaccini mRNA. E, naturalmente, in questo ambito sono stati investiti molto denaro ed energie. È un peccato che ci sia voluta una minaccia globale per arrivare a questo. La malaria, ad esempio, purtroppo è troppo poco «interessante» e per studiarla mancano i fondi, nonostante rappresenti un enorme problema in ampie aree del mondo. Che non sono, però, ai confini dei Paesi ricchi.

 

Il dibattito sull’intera questione «coronavirus» è estremamente emotivo e sono in molti a commentarlo. Per Lei, come esperta in materia di vaccini, quali sono le difficoltà da affrontare in un momento in cui gli autoproclamati virologi e specialisti di vaccinazioni spuntano come funghi?

Certamente ciò non semplifica la situazione. Per i non addetti ai lavori è difficile orientarsi quando in pubblico o su internet ci sono così tante persone che esprimono la loro opinione su un dato argomento. Gli esperti sono molto ben informati sul loro ambito particolare, ma a volte si perde il quadro d’insieme. E, purtroppo, i media preferiscono scrivere articoli che gridino allo scandalo e all’indignazione, sebbene sarebbe molto più importante avere una narrazione relativizzante e volta a fare ordine. Purtroppo, questo tipo di articoli non sono così entusiasmanti.

 

Ma perché servono due vaccinazioni? E magari ne serviranno addirittura tre, o ancora di più?

L’obiettivo della vaccinazione è presentare il virus al sistema immunitario. È quello che succede alla prima vaccinazione. Dopo qualche mese, la protezione viene rafforzata e prolungata con la seconda dose: il sistema immunitario ora conosce il virus e sviluppa un meccanismo per contrastarlo. Solo tra qualche mese sapremo se sarà necessaria una terza vaccinazione. Ancora non sappiamo quanto dura la protezione dopo il contagio o dopo aver sviluppato la malattia. Il virus può mutare, e se lo fa in modo rilevante è del tutto immaginabile che debba essere nuovamente combattuto affinando il vaccino.

 

Si discute già della possibilità che ogni anno sia necessaria una vaccinazione.

Sì, è possibile, ma pensare di potersi esprimere in modo attendibile in questo senso già oggi è pura speculazione. Spesso chi grida più forte viene ascoltato di più, ma questo non rende le sue affermazioni più vere o più plausibili. Nessuno può prevedere in modo serio quale sarà la situazione tra un anno.

 

Cosa ribatte a chi critica i vaccini o a chi considera con scetticismo l’esistenza del coronavirus?

Credo che in ultima analisi ognuno debba decidere per sé se vuole rischiare di ammalarsi di questa malattia oppure no. Con la vaccinazione ci si protegge dal contagio, e questo è un dato di fatto. Non dobbiamo convincerne gli scettici, per molte persone anche questa è una questione di fede. Quello che fa la differenza è far capire alle persone indecise quali sono i vantaggi del vaccino e che non è pericoloso. Ecco perché fare informazione è fondamentale: non è un’iniezione dal contenuto misterioso, ma un vaccino sufficientemente testato, in grado di fermare il virus.

 

Che cosa vuol dire esattamente che un vaccino ha un’efficacia del 90%?

Questa è effettivamente una cosa che molti interpretano in modo sbagliato. In linea di principio non sappiamo quanto una persona sia contagiosa e quanto sia alto il rischio di infettarsi. L’efficacia del 90% significa che, su dieci persone vaccinate che entrano a contatto con il virus, solo una si infetta, mentre su dieci persone non vaccinate nella stessa situazione se ne infettano nove. Questo, tuttavia, non significa che il 10% dei vaccinati e il 90% dei non vaccinati vengono contagiati.

 

L’efficacia si avvicinerebbe al 100% se ci si facesse vaccinare cinque volte?

No. La questione è semplicemente che il sistema immunitario riconosce il virus ed è in grado di ucciderlo in modo efficiente, e questa non è una situazione che può essere cambiata o migliorata con un maggior numero di vaccinazioni. Inoltre, per i vaccini anti-COVID-19 l’efficacia è di per sé già straordinariamente alta: è una cosa rara.

 

Che cosa succede se il virus continua a mutare e presto avremo numerose varianti contro le quali i vaccini attuali non possono fare nulla?

Anche in questo caso dobbiamo continuare a osservare il fenomeno. Con la vaccinazione si formano gli anticorpi, le cellule si difendono. Se la struttura superficiale del virus dovesse cambiare in modo determinante, se – per fare un esempio «visivo» – sulla sua superficie dovessero improvvisamente comparire delle palline al posto dei caratteristici triangoli, allora a un certo punto questi anticorpi non andrebbero più bene perché non sarebbero più in grado di riconoscere il virus. Oggi non possiamo ancora valutare quanto il vaccino sia efficace nel proteggerci dalle varianti del virus. Tuttavia, possiamo modificare i vaccini in modo relativamente agevole, se necessario.

 

Potrebbe spiegare a parole semplici che cos’è l’immunità di gregge?

Ci si può ammalare di COVID-19 solo se non si è immuni al virus. A quel punto, si può anche essere contagiosi. Maggiore è il numero di persone protette e minore sarà il numero di persone che possono ammalarsi e passare il virus agli altri. Se lo può immaginare come un effetto domino: se nessuno è immune al virus, toccando la prima tessera si fanno cadere tutte le altre. Se una terza persona – nel gioco del domino, la terza tessera – è immune, allora può fermare il virus. «Immunità di gregge», dunque, significa che il coronavirus non può diffondersi perché nel contesto in cui si trova una persona malata ci sono abbastanza persone protette.

 

Basta il 70% di persone protette per raggiungere l’immunità di gregge?

Anche questo non si può dire con certezza. L’immunità di gregge dipende da molti fattori. Tra questi rientra il livello di immunità della singola persona. O anche: quanto facilmente si può trasmettere il virus? Quanti virus ci sono? Tutti questi parametri possono cambiare continuamente. Per tale motivo vale la seguente regola: più persone vaccinate ci sono e meglio è.

 

A volte le domande migliori le fanno i bambini. Qualche tempo fa mia figlia mi ha chiesto: cosa succederebbe se tutti fossero vaccinati?

È davvero una domanda intelligente. Non ci sarebbe quasi nessun caso di coronavirus, ma anche con un’efficacia del 90% ne avremmo qualcuno. Solo il 10% della popolazione potrebbe potenzialmente infettarsi, il virus non potrebbe quasi più diffondersi e non ce ne accorgeremmo un granché.

 

A questo punto mia figlia chiederebbe: e perché non si fa così?

Le persone hanno il diritto di decidere liberamente su se stesse. Non si può obbligare le persone a vaccinarsi, soprattutto dal momento che non c’è nessuna garanzia che poi il coronavirus verrebbe eliminato al 100%. Queste sono cose che si vedono in TV, non nella vita reale. Inoltre, la libertà di opinione e di scelta fanno parte della nostra cultura e della nostra società. Ed è giusto che le cose restino così.

 

Pensa che il certificato vaccinale digitale sia una buona cosa? Oppure ci sarebbe il rischio di creare una società a due velocità, perché solo le persone vaccinate potrebbero partecipare a un concerto o a una partita di calcio?

Per me è chiaro che gli organizzatori vogliano proteggersi e creare le condizioni per poter svolgere eventi con il maggior numero di partecipanti possibile. Nella situazione attuale, con il coronavirus che ancora si diffonde a livello mondiale, questo desiderio si può realizzare solo se vengono create le migliori condizioni per evitare che le persone si contagino. Perché ciò accada, però, ritengo che non serva un certificato vaccinale, ma una prova del fatto che non si è contagiosi. In linea di massima, questo avviene in tre situazioni: o si ha avuto il coronavirus e lo si può dimostrare, oppure si è vaccinati e si può dimostrare anche questo, o ancora ci si sottopone a un test poco prima di un evento e si è in grado di presentare un esito negativo del test. Questo dovrebbe bastare a far sì che sia nuovamente possibile svolgere grandi manifestazioni nel caso in cui la situazione epidemiologica continui ad avere un andamento positivo. Altrimenti sarebbe rischioso, perché all’interno degli assembramenti di persone il virus si diffonde facilmente.

 

In Asia spesso le persone indossano le mascherine ogni giorno. Quali misure resteranno in vigore da noi per anni (o addirittura per sempre) una volta superata la pandemia?

Posso immaginare che indosseremo la mascherina in alcune fasi dell’anno. Ad esempio, se una persona è raffreddata, per proteggere gli altri. È quello che succede anche in Asia. È improbabile che la mascherina sarà obbligatoria, ma, a questo proposito, una regolamentazione sulla necessità di indossare una mascherina in determinate situazioni non sarebbe del tutto insensata. Naturalmente, anche l’igiene resterà importante, speriamo a lungo. Si tratta di una misura elementare per la salute, non solo a causa dei coronavirus.

 

Per la maggior parte delle persone il coronavirus non è pericoloso. Che cosa succederebbe se spuntasse un virus molto contagioso per tutti e mortale perfino per i bambini? Un virus così aggressivo è uno scenario da film horror. Anche in questo caso sarebbe possibile sviluppare così rapidamente un vaccino?

La tecnologia vaccinale ha fatto molti progressi e accumulato esperienze preziose. Si è anche visto che i Paesi sono in grado di adottare misure molto rapidamente. Abbiamo acquisito nuove conoscenze in molti ambiti. In una situazione come quella che ha delineato Lei sarebbe fondamentale proteggere molto bene le persone fin da subito. Quello che succederebbe o potrebbe succedere in seguito è una semplice ipotesi. Tuttavia, spero che gli ultimi mesi abbiano insegnato qualcosa a tutti noi e che non metteremo più in discussione le decisioni così spesso.

 

A cosa si riferisce?

Trovo faticoso dover avere a che fare con persone che criticano sempre le misure e le decisioni adottate. Del senno di poi sono piene le fosse: questo vale soprattutto per questa pandemia. Le persone che devono prendere le decisioni si basano su dati scientifici, ma questo è un processo continuo: a volte i dati cambiano, non si smette mai di imparare e può capitare che, a posteriori, una misura si riveli sbagliata. Bisogna reagire, osservare e correggere il tiro, ma questo non significa che prima siano stati commessi degli errori. Non sono misure che vengono prese «a sentimento», bensì disciplinate da procedure severamente regolamentate e sottoposte a un controllo continuo.

 

È così che funziona la scienza. Lei non ha paura che nascano mutazioni molto aggressive del coronavirus?

No, non ho questo timore. Nonostante questo, sono convinta che la COVID-19 non sparirà. Impareremo a convivere con il coronavirus, proprio come facciamo con altre infezioni. Negli inverni passati, nei reparti di cure intense abbiamo sempre avuto anche bambini con una grave influenza o con un’infezione severa delle vie respiratorie. Anche gli adulti erano regolarmente colpiti da queste malattie. Le conosciamo, sappiamo gestirle, e questo accadrà anche con il coronavirus.

 

Il Consiglio federale e l’Ufficio federale della sanità pubblica sono stati spesso oggetto di critiche. Per alcuni le misure di riapertura sono state troppo avventate; per altri, troppo timide. Lei, personalmente, come ha vissuto l’ultimo – ormai – anno e mezzo in questa situazione estrema?

Come già detto, ci saranno sempre persone che non sono mai contente. Alla fine, le autorità decidono sulla base dei dati noti, secondo scienza e coscienza. Si mette in pratica ciò che si ritiene il meglio per sé, per la propria famiglia e le persone che ci circondano, naturalmente sulla base di conoscenze scientificamente assodate. Queste misure non mettono mai tutti d’accordo. Quello che mi infastidisce sono le critiche a posteriori. In retrospettiva è sempre facile, chi critica non ha dovuto prendere decisioni gravose.

 

Qual è la cosa che aspetta con più impazienza dopo questo periodo difficile?

Come la maggior parte delle persone, non vedo l’ora che arrivi il momento in cui potrò incontrare i miei amici senza dovermi chiedere se saremo in troppi. Vorrei poter organizzare e gustare la vita sociale senza preoccupazioni.

 

Dalla pandemia ha tratto un insegnamento particolarmente importante per Lei?

Al di là del fatto che la salute delle persone deve sempre essere al primo posto, nell’ambito delle vaccinazioni per me è importante non dimenticare le altre malattie. Abbiamo riscontrato che, ad esempio per la vaccinazione contro il morbillo, la parotite e la rosolia, negli ultimi anni sono stati somministrati molti meno vaccini che in passato. A causa del coronavirus, altre realtà sono state messe in secondo piano; tuttavia, esse sono quantomeno altrettanto importanti di questo virus. Se smettiamo di combattere il morbillo o interrompiamo le vaccinazioni sarà un disastro, perché il morbillo è molto più contagioso del coronavirus. Se dovesse tornare, sarebbe un problema enorme. Dunque, non dobbiamo dimenticare le altre malattie a causa della COVID-19.

Scheda biografica

Anita Niederer-Loher è pediatra, infettivologa e specialista in materia di vaccini. È capoclinica di infettivologia e igiene ospedaliera presso l’Ospedale pediatrico della Svizzera orientale e l’Ospedale cantonale di San Gallo. Ha 48 anni ed è membro della Commissione federale per le vaccinazioni. Vive nel Cantone di Appenzello Esterno con la sua famiglia.